La Brevata

DIARIO DI UNA “BREVATA”

Appunti di viaggio di un “pendolare” un po’ particolare (2006)

 

Condivido perfettamente chi sostiene che, dedicarsi ad una professione che piace, sia fondamentale affinchè la vita risulti appagante e divertente.

Non potrebbe essere altrimenti e, non credo neppure sia l’invenzione del secolo! Io appartengo a questa categoria di persone fortunate ed anche un po’ invidiate.

Ma questo non significa che non si abbia l’obbligo ed il dovere, di cercare di migliorare il trascorrere delle proprie giornate, rendendole ancora più piacevoli e interessanti.

Cosa c’entra tutto questo con un viaggio di 16.829 chilometri in sella ad una Moto Guzzi? Presto detto. Prendete uno come me - a proposito, il mio nome è Roberto -, che di professione gira il mondo al seguito del motomondiale e che un bel giorno decide di andare in “ufficio” in moto. Prendete una marchio storico delle due ruote, Moto Guzzi, che un giorno “entra” a far parte della grande famiglia di Piaggio. Fate che il primo - io - chiami al telefono il secondo - Moto Guzzi -, ed il gioco è fatto.

Fatto cosa vi chiederete voi. Che al sottoscritto venga affidata una fiammante Breva 850, con la quale andare al “lavoro” per tutta la stagione.

Fantastico. Casa ufficio, ufficio casa, moto parcheggiata davanti al bar per l’aperitivo. Niente di tutto questo, perchè il mio ufficio non è un ufficio qualsiasi. Uno di quegli uffici sempre fermi nello stesso posto; il mio oggi è qui, domani la. Oggi in Italia, domani in Francia, e cosi via. Sedici tappe (diciassette se la moto che corre è quella grande, cioè la MotoGP), sparse un po’ per tutto il mondo.

Ma partiamo dall’inizio e cerchiamo di mettere un po’ d’ordine in questa storia.

Iniziamo dal mio lavoro. Derbi, Gilera, Aprilia, tutti marchi del Gruppo Piaggio presenti nel motomondiale per i quali, qualcuno dovrà pur raccontare risultati, curiosità e novità agli appassionati e tifosi, parlare con sponsor, fare si che gli ospiti godano di una atmosfera unica. Raccontare tutto quello che accade prima, durante e dopo una gara, quello che si fa nel box e nel paddock. Fargli vivere le emozioni come se fossero li.

Bene, questa è la mia missione. Ci vuole passione, devi amare le moto e tutto quello che c’è intorno.

Moto Guzzi: altro marchio della grande famiglia Piaggio. Storico, pieno di fascino. Nasce nel 1921 sulle rive del lago di Como. Il Suo logo, l’Aquila d’Argento, evoca eleganza, avventura e voglia di libertà.

L’idea: quella, appunto, di andare al lavoro in moto, perchè se le moto ti piacciono e le ami, le vorresti usare sempre.

Allora, ho cercato di rendere realtà un sogno. Giusto il tempo di verificare la disponibilità della moto per il periodo richesto, e l’invito per ritirare un fiammante Breva 850 presso lo Stabilimento di Mandello sul Lario, arriva. Anzi, le moto da ritirare sono due. E si, perchè le cose belle le vuoi condividere con gli amici, e cosi anche Luca, amico e collega, ha deciso (anche lui!) nel frattempo, di andare al lavoro, rinunciando ad aerei, taxi e auto a noleggio, almeno per un po’.

Ed allora, espletate tutte le procedure del caso, firmate deleghe e concessioni, finalmente il bicilindrico prende anima, l’aquila argentea spiega le ali e lo stabilimento è già alle nostre spalle, una foto ricordo sul lungolago e poi via, direzione sud.

Il Motomondiale è già iniziato. Le gare di Jerez de la Frontera, Shanghai, Doha, Istanbul e Mugello si sono già disputate, ma ne rimangono ancora molte. Le prossime tre, per esempio, offrono un’opportunità irripetibile. Un giro fantastico. Il calendario prevede nell’ordine il Gran Premio di Catalunya, poi il DEUTCH TT ed in fine Donington Park. Il tutto in appena tre fine settimana. Quindi, partenza dall’Italia in direzione Spagna, per proseguire poi verso l’Olanda e finire, dopo aver attraversato il Canale della Manica, in Gran Bretagna. Un bel dietro front, e ritorno in Italia.

Affare fatto, deciso, si parte.

Ma per affrontare tanti chilometri in sella ad una moto devi assere equipaggiato bene e non puoi lasciare nulla al caso. Le nostre fiammanti Breva, sono dotate di un set di borse da viaggio, capienti ed utilissime. La moto nasce per un uso turistico, soprattutto sul breve-medio raggio e, a questo accessorio, è praticamente impossibile rinunciare. Altro optional che troviamo montato è il parabrrezza che, se anche di dimensioni non generosissime, si rivelerà utilissimo.

Ma come dicevo prima, gli amici sono importanti e, saputo delle nostre intenzioni (non senza prima averci ricordato la nostra età o forse è megio dire la mia età!), Maurizio Vitali, responsabile AGV e Marco Dori, parigrado in CLOVER, entrambi punti di riferimento per i piloti del motomondiale, ci forniscono tutto il necessario per affrontare questo tour - e non finiremo mai di ringraziare loro e le Aziende che rappresentano - in completo confort e sicurezza. In effetti, comodità e funzionalità di caschi e abbigliamento, non danno possibilità a critiche e dire che, di condizioni estreme, ne abbiamo vissute più di una.

Ma nel frattempo è arrivata l’ora di partire. Destinazione Barcellona, Gran Premio di Catalunya.

Lunedi 12 giugno: l’appuntamento è a Terni - è li che io vivo - alle sette e trenta. Luca arriva da Roma ed è puntuale, io lo faccio attendere mezz’ora, meritandomi il primo “richiamo ufficiale”.

Per questo trasferimento iniziale, abbiamo optato per utilizzare più autostrada possibile. Dobbiamo essere a Barcellona entro la sera di martedi e i chilometri che ci aspettano sono più di mille e trecento. Valdichiana, Firenze, Massa Carrara e poi su, verso Genova, Ventimiglia. Attraversata la frontiera ci concediamo una meritata sosta a Montecarlo.

La moto è divertente, il motore ha tiro già dal basso. Anche se cerchiamo di non sforzarlo troppo, dato che in pratica stiamo facendo il rodaggio, capiamo subito che questa è la sua caratteristica principale. Nonostante sia di dimensioni ridotte, il parabrezza montato sulla Breva, da la giusta protezione e permette una buona velocità di crociera, senza che la resistenza dell’aria, costringa braccia e busto ad uno sforzo elevato.

Ad un caffè nel Principato non si può rinunciare anche perchè, ripartiti dalla terra dei Ranieri, possiamo lasciare l’autostrada per proseguire sulla costiera, che è un susseguirsi di scorci fantastici a picco sul mare. Nizza, Cannes, e poi di nuovo in autostrada. Qualche chilometro ancora e cercheremo un albergo per la notte, magari con una televisione per seguire le prime fasi dei mondiali di Germania. Detto e fatto. La prima giornata in sella alla Breva si conclude a Nimes, soddisfatti ed entusiasti.

La mattina seguente prima di ripartire, come di consuetudine con una moto nuova praticamente in rodaggio, controlliamo entrambi il livello dell’olio motore. Non notiamo nulla di anomalo, tanto meno il consumo che risulta nella norma.

Si va alla volta di Barcellona. In realtà, abbiamo percorso più chilometri di quanti ne avevamo preventivati per la prima giornata e cosi, al momento di lasciare la Francia per fare ingresso in Spagna, decidiamo di attraversare la Junquera - località di frontiera tra i due stati - percorrendo la vecchia via di comunicazione e di seguirla fino alla Costa Brava, per arrivare poi a Barcellona costeggiando il mare.

La Costa Brava, geograficamente limitata dal mare Mediterraneo e dai Pirenei, è un nome che è diventato un classico, sopratutto tra i giovani in cerca di vacanze divertenti e spensierate, e si riferisce al litorale della provincia di Gerona compreso tra le regioni della Alta Emporda, Baix Emporda e la Selva della Catalunya. Attraversiamo cosi Figueres, Roses, scendiamo in direzione di Tossa de Mar, Lloret de Mar, Blanes e poi, seguendo la N2, giungiamo nei pressi di Barcellona, dove ci rechiamo direttamente al Circuito di Montmelò. Ê ormai sera e approfittiamo del fatto che la pista e l’albergo presso il quale risiederemo per la durata del Gran Premio siano praticamente adiacenti, per verificare se tutti i camion e i componenti del team sono arrivati. Da domani si inizia a lavorare!

Decidiamo però, visto che abbiamo già percorso più di mille e quattrocento chilometri, di cercare un concessionario Guzzi per tagliandare le nostre moto. Niente di più semplice, e la mattina seguente di buon ora, i nostri mezzi sono già nelle mani esperte di Josè Caparros, concessionario storico in Avenida de Valencia. Entusiasta di quanto gli raccontiamo sui nostri propositi di viaggio, è cordialissimo e gentile. Oltre a tagliandarci le moto, che ci restituisce il giorno seguente, ci “obbliga” a provare una altra Guzzi, la “GRISO 1100”.



Totalmente differente dalle nostre, con un motore ancora più grande di cilindrata ed un cambio che, nelle prime marce è sicuramente più corto, con la sua linea particolare, il grande scarico e l’impostazione del manubrio largo, è una vera “cafè racer”.

Nonostante Barcellona sia quasi la mia seconda città - la sede della Derbi Racing Development è a Martorelles all’interno dello storico stabilimento Derbi, e questo mi porta spesso a lavorare nella capitale catalana - , girarla in moto me la fa apparire differente, quasi come se fosse la prima volta che la visitassi.

È un tracciato tecnico quello di Montmelò, dalle medie non altissime, molto gradito ai piloti per lo standard di sicurezza che offre con i larghi spazi di fuga. Capace di accogliere oltre 100.000 spettatori dei quali più della metà seduti, il circuito catalano che sorge a nord est della capitale Barcellona, alterna cinque curve sinistre, delle quali due sono tornati, a otto destre e tre rettilinei; alla fine del principale, che misura oltre un chilometro di lunghezza, la frenata più importante. Trovare il giusto compromesso in termini di setting, costringe gli ingegneri ad un duro lavoro, anche se, gli assetti sono molto simili a quelli previsti ed usati per il circuito del Mugello. Il problema più grande, a detta dei piloti, deriva dal fatto che le F1 utilizzando il tracciato molto frequentemente per i loro test, lasciano sull’asfalto dei veri e propri avvallamenti trasversali al senzo di marcia, molto fastidiosi in frenata ed ingresso curva. Comunque, i giorni trascorrono tra turni di prove libere, ufficiali, riunioni con gli sponsor, visite degli ospiti e, finalmente, la gara della domenica.

Lo scriverò soltanto questa volta, ma l’emozione della gara per me (figuriamoci per i piloti!), è sempre la stessa. E dire che di corse ne ho viste iniziare e finire tante, ma non cambia nulla. Ogni volta è lo stesso, e questo è bellissimo. Non potrebbe essere altrimenti, perchè questo è ciò che ti fa amare questa professione, è l’essenza stessa di questo lavoro, è quello che tutti noi siamo abituati a sintetizzare con una sola parola: passione.

La domenica sera, la moltitudine di camion e motorhome che soltanto il mercoledi mattina avevano trasformato un enorme piazzale in una vera e propria città, con tanto di ristoranti, bar, uffici ed ospedale, si svuota dei mille personaggi che la popolavano. Piloti, manager, meccanici, umbrella girl e personaggi più o meno famosi, lasciano il paddock.

Scende la tensione e normalmente c’è modo di rilassarsi un pò. Questa volta, non è cosi. E già perchè sabato prossimo si corre in Olanda il DUTCH TT sul circuito di Assen, e bisogna partire subito.

Tutto si smonta e gli autisti si mettono subito alla guida. Io e Luca non abbiamo tutta questa fretta, una cerveza al “Puerto Olimpico” ce la possiamo permettere, ma senza tirar tardi, perchè anche per noi la strada per il nord sarà lunga.

A Barcellona nel frattempo, ci ha raggiunto in sella ad un’altro bicilindrico (tedesco!), il nostro amico Stefano, “Il Capitano”. Lui è uno che, e non esagero, fa delle due ruote la propria ragione di vita; una ragione di vita da cinquantamila chilometri l’anno!

Il lunedi mattina, alle sette in punto, partiamo da Montmelò per la volta di Assen.

Seguendo l’autostrada, sappiamo che sarebbero circa mille e settecento i chilometri da percorrere per arrivare a destinazione ma, vi chiederete voi, come fare a resistere alla voglia di attraversare i Pirenei? Una serie interminabile di curve e controcurve che esalterebbero i nostri bicilindrici.

In ultimo, siamo qui per andare “in ufficio” in moto e, a patto di non fare tardi, la strada per arrivarci, la possiamo anche scegliere noi.

Lasciamo Barcellona alla volta di Puigcerdà, piccolo paesino all’estremo confine con la Francia. Un paesino di circa ottomila abitanti che, durante la guerra civile spagnola negli anni trenta, venne completamente raso al suolo, tranne che per il campanile della sua piccola chiesa medioevale di Santa Maria. Rimasto integro, risparmiato dalla furia degli anarchici, reca alla base una piccola targa che ricorda i caduti della guerra civile a Puigcerdà.

La strada sembra pensata e realizzata appositamente per esaltare le caratteristiche delle nostre Breva. Il susseguirsi di curve, controcurve e tornanti, ci permette di gustare motore e cambio della moto anche se, ques’ultimo, non vi é la necessità di utilizzarlo molto dato che il motore riprende bene anche dal basso, ed è sufficente tenerlo in tiro per rendere la moto neutra e precisa. Tra l’altro, la nuova concezione della trasmissione cardanica CARC, ha sensibilmente migliorato il suo funzionamento, ed unita al cambio, molto più silenzioso e preciso, ci regala un piacere di guidare unico.

Si potrebbe osare di più, ma il cavalletto centrale segna presto il limite delle nostre “pieghe”, senza considerare che noi tutti viaggiamo con i set di borse da viaggio montati.

La giornata trascorre piacevolmente in un rincorrersi di paesaggi incantevoli. Ma ecco che, all’improvviso, Luca non resiste e inizia ad aumentare il ritmo. Dietro di lui si getta all’inseguimento anche il Capitano e soltanto dopo qualche minuto li ritrovo a velocità normale. Luca, che aveva avuto lo slancio per affrontare le splendide curve dei Pirenei franco-spagnoli con piglio sportivo, mi confesserà che seppur la strada era fantastica e la Guzzi particolarmente divertente nella guida, aveva immediatamente desistito nel continuare dopo aver visto la carcassa di un’altra moto schiantata sul costone roccioso adiacente la strada.

I tanti chilometri percorsi sulla statale tra panorami incantati, ci hanno fatto dimenticare l’esistenza delle autostrade, tenendoci lontano da loro. Anche quando entrando in Francia, dopo ore passate in sella, ci troviamo di fronte al dubbio amletico “sinistra autostrada, destra ancora curve” , in automatico, seguendo l’istinto, puntiamo verso ulteriori saliscendi e tornanti!Nel tardo pomeriggio, giungiamo a Limoges accompagnati da una leggera pioggia.

Siamo stanchi, non ci siamo praticamente mai fermati e, anche se andare in moto è un grande divertimento, bisogna permettere al fisico di riposare. Entriamo in città senza sapere dove cercare un hotel. Senza riflettere più di tanto seguiamo le indicazioni per il centro e, nelle vicinanze, troviamo un albergo dignitoso che non solo ha posto, ma dispone anche di un garage dove rimettere le nostre cavalcature. Giusto di fronte all’hotel, riusciamo a mangiare in un ristorantino tipicamente francese, con tanto di cameriere scostante verso i turisti, noi, italiani.

Da Limoges, la mattina seguente, sempre accompagnati dalla pioggia che ci aveva dato il benvenuto, partiamo alla volta di Assen.

Attraversiamo buona parte della Francia in autostrada per arrivare poi in Olanda, passando per il Luxemburgo e il Belgio.

La nostra meta è Groningen, piccola cittadina universitaria a nord di Assen. Tutto questo in un giorno solo. Luca al quarto autogrill inizia a dare segni di insofferenza. Dice che in autostrada non riesce a stare sveglio. Ogni sosta per lui, corrisponde a consumare una bevanda energetica, e tutto questo concorre a che arrivi ad Assen, elettrico.

Quando manca pochissimo alla meta, eccola, l’unica, la sola, l’attesissima vera curva del nostro trasferimento. Si tratta di una rampa; una bellissima curva a destra con raggio costante, che immette nel tratto autostradale conclusivo verso Groningen. La vediamo da lontano e la aspettavamo da ancora più lontano! Ci buttiamo dentro senza indugi, ripercorrendo nella nostra mente tutti gli insegnamenti portati in dote in decenni di attività. Ma quando tutto sembra collimare verso la perfezione, al centro di una traiettoria disegnata da un compasso, studiata nei minimi particolari, con il ginocchio che vorrebbe accarezzare l’asfalto (ma che in realtà lo vede da debita distanza), al centro di questa curva che vorremmo ci riconcigliasse finalmente con il nostri cuori di motociclisti mortificati da tanti chilometri di piattume autostradale, eccolo, è lui ... una sottospecie di automobilista piantato a velocità “sotto codice” che ci cancella, ci rovina, ci mortifica e distrugge l’unica goccia di adrenalina, che il nostro organismo aveva prodotto in quasi milleduecento chilometri!

Il resto è ancora noia e l’arrivo a Griningen è giusto in tempo per goderci la meritata cena, strano ma vero, in un ristorante messicano.

So già che dopo la gara di Assen proseguirò da solo verso la Gran Bretagna dato che, sia Stefano, il nostro amico aggregatosi in Spagna ed atteso da impegni di lavoro, sia Luca, per impegni improvvisi e non programmati, torneranno in Italia.

Il Gran Premio d’Olanda si svolge sul nuovo “Van Drenthe” e come di tradizione si corre di sabato. È la 76ª edizione del DUTCH TT. Modificato più di una volta nel corso della sua lunga storia, il tracciato olandese misura oggi 4555 metri contro gli oltre sette chilometri dei suoi albori, ed ospita la prova mondiale ininterrottamente dal 1949. Oggi, si presenta con undici curve sinistre e sei destre, alcune delle quali sono lentissimi tornati, e senza l’intera sezione del “Northen Loop”. Cambi di ritmo continui quindi e pista da imparare in fretta per tutti i piloti. Qui la vera incognita è il tempo. Nulla di più semplice può accadere, dal passare da condizioni di sereno a pioggia nel corso di pochi minuti.

Anche qui il mio lavoro scorre tranquillo, tra impegni già fissati. L’unica particolarità è quella che il Gran Premio si corre di sabato. Ho già programmato che per raggiungere la Gran Bretagna, partirò subito la domenica mattina per poter raggiungere Calais nella stessa giornata, passando per Amsterdam.

E cosi faccio. In moto alle otto, punto verso la via delle “dighe”.

Una strada veramente speciale visto che si viaggia sopra una vera barriera, imponente opera dell’uomo, che divide il mare.

Ma se il viaggio fino a questo punto era scivolato via senza particolari problemi, i circa ottocento chilometri che dividono Assen da Donington, e che percorro in due giorni, sono i più bagnati della mia vita di motociclista o, per lo meno, questo è quello che pensavo in questa occasione. Una pioggia ininterrotta mi accompagna per tutto il trasferimento, con l’unica consolazione che come me, altri migliaia di motard sono nella stessa situazione. Loro però sono abituati a queste condizioni, e sembra che tutto ciò rientri nella più totale normalità.

Durante le soste, noto con piacere che la Breva raccoglie consensi. Piace ed io sono chiamato a soddisfare le mille domande che mi fanno. Essere apprezzata ed attesa da chi la moto la usa sempre e comunque, è senz’altro una nota positiva e sottolinea come, anche da un punto di vista estetico, il risultato sia ottimo, dato che per quello che riguarda il motore, le caratteristiche sono già conosciute e stimate.

L’arrivo a Calais avviene nel tardo pomeriggio, in tempo per non dover aspettare molto sul molo il traghetto per Dover. Anche qui, come sempre accade, l’occasione è buona per fare amicizia con altri motociclisti e condividere con loro il tempo della traversata sorseggiando qualcosa al bar della nave.

Appassionati veri che, quando scoprono quale è la mia professione e di cosa mi occupo, non si lasciano sfuggire l’occasione. Tutti o quasi provengono da Assen ed hanno assistito al Gran Premio.

Il raccontargli retroscena e curiosità del dietro le quinte, è il più bel regalo che posso fargli, e per me è un vero piacere. Loro sono inglesi, ed io approfitto per chiedere consigli su qualche itinerario alternativo che mi conduca a Donington Park senza utilizzare la Highway, e magari mi faccia scoprire qualche luogo diverso e interessante.

Tra loro è una gara e, nel giro di pochi minuti, ho talmente tante possibilità diverse che dovrei fermarmi un mese per percorrere tutte le strade che mi consigliano.

In particolare, il Dott. Eddie, è il più interessato e innamorato dell’Italia. È talmente grande la sua gentilezza e passione per le moto, che mi impegno formalmente ad invitarlo a visitare il paddock.

In realtà, quando la mattina seguente mi alzo dopo aver pernottato a Dover, mi accorgo che il tempo non è affatto migliorato anzi, se possibile, piove ancora di più.

Non è il caso di fare il turista. Voglio arrivare in circuito il prima possibile e quindi M20 e poi M1 to north, fino a Derby.

E’ un anfiteatro naturale situato nelle Midlands a nord di Londra, a fare da scenario al circuito di Donington Park. Realizzato nel 1931 per ospitare esclusivamente gare motociclistiche, ha visto i piloti del motomondiale confrontarsi sulle sue curve dai nomi famosissimi e pieni di fascino, per la prima volta nel 1977. Dopo essere stato chiuso durante la seconda guerra mondiale ed essere stato acquistato nel 1971 da un appassionato di sport motoristici, Tom Wheatcroft, viene modificato nel 1985 per diventare sede fissa del Gran Premio Di Gran Bretagna dal 1987. Oggi si snoda tra undici curve, sette destre e quattro sinistre, cinque rettilenei dei quali il più lungo misura 564 metri. Circa quattro chilometri (4023 metri per la precisione) di tracciato medio veloce dove saliscendi, accellerazioni e forti frenate, si alternano senza soluzione di continuità. A questo, si può aggiungere la scivolosità dell’asfalto di Donington dovuta sembra, ai residui di kerosene lasciati dagli aerei in decollo ed atterreggio dall’aeroporto di East Midlands, vicinissimo al tracciato.

Anche questo Gran Premio trascorre tranquillo. Tutti ragazzi della squadra iniziano ad essere stanchi dopo più di quindici giorni passati lontano da casa, ma sanno che tra un po’ questa lunga trasferta finirà e questo basta per tranquillizarli.

Il giovedi mattina, puntuale come un orologio svizzero, Il Dott. Eddie - vi ricordate uno dei bikers conosciuti sul traghetto -, si presenta all’ingresso principale del paddock e consegnatogli il pass, mi permette di rendere felice un vero appassionato!

In più c’è l’euforia dei mondiali.

L’Italia ha passato il suo girone di qualificazione. Ci aspetta la partita decisiva contro l’Ukraina e vincerla significherebbe andare in semifinale e giocare con la Germania, padrona di casa.

La presenza di italiani nel motomondiale è grande, e noi decidiamo di trasformare la nostra hospitality in una sorta di Little Italy. “Pizza e Partita” per tutti. Meccanici, giornalisti, piloti, amici, insieme a tifare per gli azzurri. Il tifo si mescola ai mille consigli tecnici che tutti noi, consumati CT, siamo pronti a urlare a Lippi!

Zambrotta, Toni, Toni e la festa si fa completa quando alla fine l’Italia esce vittoriosa dalla sfida e, per lei, si aprono le porte della semifinale. Un’Italia-Germania piena di significati e rivincite.

Questo, complica un po’ i miei piani per il rientro, dato che la partita è prevista per martedi sera ed io vorrei seguirla da casa.

Adesso gli obiettivi sono due: rendere il viaggio di ritorno verso l’Italia il più piacevole possibile, ed arrivare entro le 21,00 di martedi. Cosi, con l’aiuto di internet, cerco di costruirmi un itinerario ad hoc.

Per lo meno fino in Austria non voglio percorrere autostrade: questo è il mio primo input nella ricerca.

Per accorciare i tempi, parto appena concluso il lavoro post gara. Tutto è in ordine: comunicati stampa scritti e inviati, siti internet aggiornati e cosi via.

Ho prenotato tramite internet il passaggio in treno per attraversare la Manica. Questo mi consentirà di non fare file o, peggio, di non trovare disponobilità. La partenza del treno è prevista per le 22,45.

La strada da Donington a Folkestone non è lunghissima (circa trecento chilometri) ma il traffico è incredibile, e anche in moto si viaggia a velocità ridotta. Comunque, arrivo al tunnel in orario perfetto.

Qui se si arriva con un biglietto elettronico prenotato, l’imbarco è semplicissimo. Su di un touch-screen infatti, è sufficente digitare il codice ed inserire una carta di credito, ed il gioco è fatto.

Salgo sul treno e l’assistente mi fa parcheggiare in maniera trasversale all’interno del vagone ed al senso di marcia. La stanchezza si fa sentire. Un intera giornata di lavoro e poi il trasferimento. Rimango seduto sulla moto e, per tutto il tempo del viaggio, dormo appoggiato sul serbatoio.

Per questo l’arrivo a Calais mi sembra velocissimo. So che appena uscito dal treno, potrò scegliere tra diversi hotel che si trovano nei pressi del tunnel. Infatti, poco dopo, sono già a letto stanco ma felice.

Ore 7,30: sveglia!

Dalla finestra, noto con piacere che la giornata è splendida. Un sole bellissimo sembra volermi accompagnare per il viaggio. Colazione, controllo velocemente che tutto sia in ordine, ripasso l’itinerario scaricato da internet, mi fisso mentalmente dei punti di riferimento e parto alla volta dell’Italia. Francia, Belgio, Luxemburgo e poi entro in Germania.

Tutto fila via liscio e senza problemi. Ogni chilometro che percorro fa si che possa scoprire le qualità della moto. Arriverò anche a percorrerne più di mille e duecento in un solo giorno. Questo vuol dire che la posizione in sella, anche per me che sono abbastanza alto, non costringe gli arti a posizioni innaturali e forzate.

Dopo aver disceso tutta la Germania, l’itinerario previsto mi porta sul confine austriaco, nei pressi di Fussen. Sono ormai quasi le 19,00 ma voglio comunque provare ad arrivare in Italia.

Dopo un’intera giornata in sella, può capitare che la stanchezza prenda il sopravvento ma, la strada che mi appare davanti, il pochissimo traffico e lo splendore dei paesaggi, mi fanno cadere in una sorta di “trance” tanto che - speriamo che questa confessione non finisca in mani sbagliate! - dimentico persino di acquistare la “vignetta”, pedaggio dovuto per poter circolare sulle strade austriache.

Qui sembra che la parola rettilineo non abbia significato e, tra curve a destra, sinistra, tornati in salita e discesa, metto le ruote in autostrada soltanto a pochissimi chilometri da Innsbruck.

Il passo verso il Brennero è breve, ma come a volermi punire per il troppo divertimento, un improvviso temporale mi sveglia dal sogno e mi costringe a guidare sotto una pioggia fortissima per tutto il tratto fino all’uscita di Bressanone dove, presa la statale in direzione Brunico, seguendo le indicazioni del casellante, cerco il primo hotel disponibile. Quando lo trovo sono ormai quasi le 22,30. La gentilezza (condita forse da una buona dose di compassione per le condizioni in cui mi trovavo) del titolare, oltre alla disponibilità della camera, prevede anche un extra time per il cuoco e così, prima di andare a dormire, ci esce anche una pizza.

Donington è sempre più lontano e Terni più vicina.

Domani sera, se tutto andrà bene, sarò a casa.

Volere è potere!” diceva qualcono. Presto fatto, mi infilo in autostrada a Bressanone, punto verso Verona, Modena, Bologna, Cesena Nord e poi, utilizzando la E45, giungo a Terni, appena un attimo prima che l’arbitro fischi l’inizio di Germania-Italia.

Grosso, Del Piero! Uno, due e la Germania è al tappeto! Un’altra occasione, dopo quella di USA ’94, dove la nazionale verde-oro brasiliana ci negò la gioia ai rigori, per poter alzare di nuovo la Coppa del Mondo al cielo.

Adesso rimane soltanto la Francia tra noi ed il sogno. Ed il sogno si avvera, siamo Campioni del Mondo e tutti noi ci sentiamo più italiani con le nostre bandiere e l’inno nelle orecchie.

Nel mio lavoro di appassionati veri e di italiani nel mondo ne vedo molti, e sò che quando uno dei nostri piloti o una delle nostre moto trionfa in pista, tutti loro si sentono parte della vittoria. È come se ognuno di loro fosse seduto su quel sellino ed avesse tagliato per primo il traguardo.

Ma torniamo ai miei spostamenti casa ufficio, ufficio casa, che affronterò da oggi in poi da Campione del Mondo (avendo vinto anche io i mondiali di calcio!).

Il Gran Premio di Germania, per questione di impegni già fissati, non mi è posssibile affrontarlo in moto e così, dopo la pausa estiva, preparo nuovamente la mia Guzzi per la trasferta in Repubblica Ceca. Approfittando del periodo, siamo infatti a cavallo del Ferragosto, si aggregano anche altri amici. Fabrizio, l’elettronico e telemetrista del team ed Emanuele (ex collega, visto che per molti anni ha lavorato come meccanico in alcune squadre del Motomondiale) con la sua compagna, decidono di regalarsi qualche giorno di ferie e cosi il 13 agosto di prima mattina, partiamo alla volta di Brno. Io sarò chiamato a difendere l’italico bicilindrico orgoglio, dato che il primo si presenta in sella ad una “teutonica” BMW e il secondo, a cavallo di una “asburgica” KTM. Naturalmente tutte strade statali, compresa la SS Romea che ci conduce fino a Venezia. Seguiamo poi verso Udine per arrivare, giusto in tempo per la cena, a Tarvisio.

L’ispirazione ci viene mangiando.

Sagra paesana, ottima birra e l’Austria a portata di mano.

L’unico problema sono le previsioni meteo, che danno pioggia e temporali. Bene, non bastano neppure quelle a toglierci dalla mente l’idea di conquistare il Grossglockner!

Il Grossglockner è una cima con un bikers point a 2571 metri, ed è da sempre meta prediletta dei motociclisti. Ben presto, dopo essere partiti alle otto da Tarvisio, ci rendiamo conto che non è la giornata ideale. Una pioggia non fortissima ma persistente, ci accompagna fino all’ingresso del parco naturale, e tutto questo per quasi trecento chilometri.

Siamo bagnatissimi, ma l’abbigliamento Clover è perfetto; non lascia entrare neppure una goccia di pioggia al suo interno e la tenuta risulta ottima. Il problema semmai sono le mani, e ce ne rendiamo conto appena iniziamo la ascesa verso la vetta. La temperatura dagli iniziali 16º alla base, scende rapidamente a 0º a metà salita. Una fitta nevicata trasforma un incantevole paesaggio estivo, in una cartolina da Bianco Natale.

Le mani, a causa anche della mancanza delle manopole riscaldate, danno i primi cenni di cedimento. Le “teste” del Guzzi, diventano fondamentali. Quando la strada me lo permette, le alterno su di loro, ed il calore del motore mi viene in aiuto. Raggiunta la vetta, quello che normalmente è un parcheggio per moto dove è praticamente impossibile trovare posto, risulta deserto.

Siamo veramente pochi i motociclisti che oggi sono saliti fin quassù e, inutile dirlo, questo ci riempe ancor di più di orgoglio.

Decidiamo di riprendere il prima possibile la strada del ritorno dato che la neve scende sempre più forte e abbiamo paura che possa gelare a contatto con l’asfalto.

A quel punto, affrontare la discesa con tutti i tornati e la pendenza presente, sarebbe veramente un problema.

Ma per proseguire verso Salisburgo, quella è infatti la nostra destinazione, dobbiamo attraversare un altro valico posto alla stessa quota. Quindi, prima scendiamo dal Grossglockner e poi di nuovo in salita fino alla seconda cima. La tentazione è enorme e non riusciamo a resistere a qualche scatto fotografico. Le passioni sono molte e diverse e, mentre noi arriviamo in moto, altri sono saliti fin quassù camminando o pedalando!

La neve continua a cadere sempre più forte e tende a gelarsi a contatto con la visiera del casco, impedendoci la visuale.

L’alternativa è quella di viaggiare tenedola aperta. Inutile dire che l’aria è tagliente, le mani congelate e per completare l’opera, c’e anche una nebbia a causa della quale non riesco neppure a vedere il fanale posteriore della moto di Fabrizio, che è a pochi metri da me.

Il problema è che non ci sono alternative; bisogna andare avanti.

Non è sicuramente la giornata ideale per andare in moto e di questo ne eravamo consapevolo fin dalla mattina. Fortunatamente, anche se molto lentamente, riusciamo ad arrivare a valle. La neve si è trasformata di nuovo in pioggia, la temperatura se anche di poco risale e, in nostro aiuto, arriva un bel rifugio con tanto di ristorante. Ê quello che ci vuole. Una pausa ci permette di riprenderci e terminato il pranzo, ci rimettiamo in cammino.

Io e Fabrizio continueremo per Salisburgo e poi all’indomani, passando per Vienna, raggiungeremo Brno. Emanuele con la sua compagna, decidono di visitare Praga e quindi i nostri itinerari si dividono. Ci ritroveremo a Terni al ritorno del viaggio.

Il peggio è passato e tutto procede liscio senza problemi. All’indomani giungiamo a Brno nel pomeriggio ed andiamo subito in circuito. I camion officina, le hospitality e i servizi, sono già arrivati. Tutti gli autisti si avvantaggiano il lavoro lavando i mezzi. Approfittiamo delle idropulitrici utilizzate dai ragazzi, per lavare le moto dato che, l’aver percorso molti chilometri su strade normalmente innevate, fa si che abbiamo tirato su un bel po’ di sale e questo si sa, non fa bene alle cromature e ad altri componenti. Il tempo di raggiungere il centro di Brno e siamo in hotel.

Denominata ufficialmente Circuito di Masaryk dal nome del primo presidente della nazione Tomàs Masaryk, la pista viene innaugurata nel 1987 e sostituisce lo storico tracciato stradale dove, anche se continuamente modificato, si è corso fino al 1986. La prima prova di Campionato del Mondo vi si disputò nel 1965; allora misurava circa 14 chilometri ed era ciò che restava dell’iniziale impianto lungo oltre venti. In quella occasione, la gara della classe 500 vide la doppietta della MV Agusta con Hailwood ed Agostini. Del vecchio tracciato rimangono ora soltanto i resti della struttora box, utilizzati tra l’altro per varie attività. Dalla sua innaugurazione sino ad oggi, il nuovo circuito di Brno ha sempre ospitato la prova del Campionato Mondiale con la sola eccezione del 1992. Con i suoi 5403 metri attuali, sei curve sinistre e otto destre, si snoda su continui saliscendi e per questo ricorda vagamente il Mugello.

La domenica sera arriva presto. Si lavora sino a tardi in sala stampa ai comunicati, ad aggiornare i siti internet, a comunicare insomma quanto è accaduto durante la giornata di gare. Altrettanto in fretta, arriva anche il momento di partire il lunedi mattina.

Come di abitudine controllo che tutto sia in ordine. Monto le borse sulla moto, la accendo sul cavalletto centrale e la faccio scaldare un po’. Al momento di partire però, una sorpresa tende velocemente a volermi rovinare la giornata, che tra l’altro è bellissima e soleggiata.

La moto è pesantissima e non riesco quasi a spostarla. Ci vuole un attimo a capire che il pneumatico posteriore è completamente a terra, causa un chiodo che devo aver raccolto quando sono arrivato.

OK! Ci vuole calma. Cerco subito di capire se nelle vicinanze ci sia un gommista.

Un ragazzo gentilissimo di servizio al parcheggio dell’hotel, mi da una mano. Dopo alcune telefonate, riusciamo a metterci in contatto con una officina che non dovrebbe essere molto distante, ma che non può venire a cariacare la moto.

Non voglio rovinare completamente il pneumatico e mi attrezzo con quello che ho disponibile.

La cassetta attrezzi della mia Breva è abbastanza fornita. Tolgo il chiodo con l’aiuto delle pinze e dopo aver cercato una piccola vite autofilettante, la avvito nel foro a fare mo di tappo. Una bella gonfiata con un compressore che fortunatamente utilizzano per le normali manutenzioni in albergo, ed il gioco è fatto.

Dieci minuti dopo sono dal gommista dove effettuano la riparazione vulcanizzando il pneumatico dall’interno. Posso così partire alla volta di casa.

Con Fabrizio, non vogliamo rinunciare al programma che ci eravamo prefissati, anche se il ritardo accumulato fa si che arrivare a Rimini – quella è la nostra meta – per la sera, sia abbastanza difficile.

Per di più, appena entrati in Austria, un solerte gendarme mi ferma. Mi contesta una infrazione che io, naturalmente, non condivido. Nel controllare i documenti della moto, mi domanda come mai sia intestata a Moto Guzzi, e cosi gli spiego tutta la storia; gli dico che la moto è destinata ai giornalisti, è in prova e che io dovrei raccontare di lei e dei miei viaggi. La sua impassibilità, da prima rigidissima, vacilla all’udire le parole giornalista, raccontare, viaggiare. All’ordine “ ... italiano, tu scrifi bene di Austria, si!” , con una senzazione di incredulità che tutt’ora mi pervade, mi lascia andare, graziandomi di verbale e relativa multa. In effetti, non posso fare altro che parlare bene della solerzia, comprensione e gentilezza della polizia austriaca, e se aggiungo che l’Austria è bellissima, sarà contento anche l’Ufficio del Turismo!

Ripartiti, puntiamo decisi verso l’Italia e dopo un’intera giornata in sella, verso le nove di sera arriviamo a Rimini.

Il martedi mattina, abbiamo soltanto l’imbarazzo della scelta relativamente all’itineraneo da percorrere per arrivare a casa. Ci sono gli Appennini da attraversare. Risaliamo fino Forli, giretto lungo la via Emilia, quattro curve sulle colline pre appenniniche, E45 a Cesena Nord e poi nel tardo pomeriggio arrivo a casa.

Anche questa trasferta si è conclusa senza particolari inconvenienti e con i chilometri che accumulo, la mia soddisfazione sale di proporzione.

Per le prossime gare non mi sarà possibile utilizzare la Breva. Piloti e squadre del motondiale daranno vita a tre Gran Premi extraeuropei. Malesia, Australia e Giappone i prossimi appuntamenti e, per andare in “ufficio”, sarò costretto a utilizzare aerei e auto a noleggio!

Ma il tempo vola, e al ritorno dalla terra del Sol Levante, ho giusto il tempo per portare la moto a tagliandare.

La consegno nelle mani di colui che nelle mie zone è considerato il “guru” delle Moto Guzzi: Mario Montanari. Entri nella sua officina e respiri moto a pieni polmoni. Sia ben chiaro non solo stradali, anzi, ma sopratutto enduro e fuoristrada in genere. Una garanzia per tutti.

E parlando di Mario, uno che con le moto ha fatto veramente di tutto e girato il mondo, sono obbligato a darvi un riferimento.

Prima domenica dell’anno - o, compatibilmente alle festività, seconda - tutti gli anni, MOTOTRIP!! Una delle più belle manifestazioni motociclistiche organizzate in Italia. Percorsi alternativi per gli stradisti, per i più esasperati enduristi, con tracciati diversi per trial, quad, scooter che conducono però ad una unica meta: il meritatissimo pranzo, non prima di essere passati per moltissimi ristori e, al termine del quale, ci sono premi e diplomi per tutti. Migliaia di motociclisti si danno appuntamento a Terni per questa manifestazione alla quale, almeno una volta, dovete partecipare.

Ma torniamo a noi. Le ultime fatiche mondiali avranno come scenario la penisola Iberica. Il Gran Premio di Estoril e il Gran Premio della Comunitat Valenciana, chiuderanno la stagione.

I titoli mondiali marche delle tre cilindrate sono già stati assegnati e se li sono aggiudicati nell’ordine l’Aprilia, relativamente alle classi 125 e 250 e la Honda per la MotoGP. Quello piloti 125 è finito nelle mani di Alvaro Bautista, giovanissimo pilota spagnolo. Rimangono da assegnare gli allori iridati a coloro i quali si laureranno Campioni del Mondo della quarto di litro e della moto grande. Jorge Lorenzo è in lotta con Andrea Dovizioso, mentre “The Doctor” Valentino Rossi, insegue Nicky Hayden, con Capirossi e Melandri a soffiargli sul collo.

Lunedi mattina 9 ottobre, giusto il tempo di rientrare da Misano, dove si è conclusa la prima edizione di Junior GP racing dream - monomarca ideato in collaborazione tra Aprilia, Federazione Motociclistica Italiana e Motosprint - monto le borse sulla mia Breva e raggiungo Luca a casa sua.

Destinazione porto di Civitavecchia.

Luca, per questa trasferta in terra iberica, ha deciso di utilizzare una Yamaha Fazer 1000: 4 cilindri in linea, venti valvole, in pratica lo stesso motore della sportivissima R1 ma depotenziato (si fa per dire!) a 143 cv, con una curva di erogazione pensata più verso il basso. L'idea passa per una sorta di comparativa anche se, le due moto sono concettualmente diverse.

Lui abita lungo la Flaminia, nei pressi di Roma e per arrivare al porto, attraversiamo in direzione del lago di Bracciano per poi prendere l’Aurelia. Sul lago, passiamo che è ora di pranzo e non possiamo esimerci dal fermarci per mangiare in un ristorante che si affaccia proprio sulla riva. Il posto è casareccio e le pietanze gustose, ottimo auspicio per l’inizio del viaggio.

Arriviamo a Civitavecchia passando per Cerveteri e attraversando Santa Marinella.

In porto troviamo poca fila alla biglietteria e cosi, nel giro di un oretta, ci imbarchiamo sulla Grimaldi, con la quale dopo una traversata di circa diciotto ore, dovremmo arrivare a Barcellona.

Il programma è quasi mantenuto, se non per un piccolo ritardo. Giungiamo infatti nella capitale catalana alle sedici del giorno seguente.

In tanti anni che vengo a Barcellona, è la prima volta che vi arrivo via mare. Da questa prospettiva, la città è bellissima. Inizio a spaziare con lo sguardo da sinistra a destra e cosi posso riconoscere il Montjuich con la partenza della teleferica con la quale attraversare tutta la baia, Plaza Colon con il monumento a Cristoforo Colombo che ti indica la “Via delle Americhe” e dalla quale prende inizio la “Rambla” che termina a Plaza Catalunya. Ed ancora el Barrio Gotigo con la sagoma della Catedral, fino a scoprire in primo piano la nuovissima urbanizzazione realizzata in occasione delle Olimpiadi del 92, con il Mare Magnum e la Rambla del Mar, il lungomare ed in lontananza le nuove torri che dominano il Puerto Olimpico. Sullo sfondo, l’incompiuta Sagrada Familia e le montagne, che hanno costretto la città, ha svilupparsi nei secoli tra loro ed il mare.

Scesi dalla nave ed usciti dalla zona portuale, prendiamo subito in direzione aeroporto dove, costeggiando la costa raggiungeremo Tarragona.

Per arrivare in Portogallo ci sono moltissime alternative, ma siccome è già martedi, decidiamo di miscelare rapidità e piacere, optando per la “Autovia del Nordeste” che risale per Lleida, Saragozza, Madrid e, dopo aver sfiorato la capitale spagnola, si immette nella “Autovia del Suroeste” o della “Extremadura”, conducendoci sino a Badajoz, confine tra Spagna e Portogallo.

Dopo circa duecento chilometri, facciamo sosta a Lleida. Ci fermeremo qui per la notte per poi ripartire l’indomani mattina.

Prima di arrivare a Saragozza, il “meridiano di Greenwich” taglia perpendicolarmente l’autovia, come ricordato anche da un munumento ad arco.

Nell’attraversare questi luoghi, sembra quasi di ritrovarsi nelle più belle strisce disegnate da Giovanni Bonelli e Aurelio Galeppini - Galep - , e ci aspettiamo quasi di trovarci davanti Tex Willer piuttosto che suo figlio Kit in compagnia degli amici Kit Carson e del navajo Tiger Jack, o quelli che ritornano tra mille avventure come il misterioso El Morisco, il messicano Montales o l’irlandese Pat Mac Ryan. Il tutto, chiaramente, mentre sfidano i nemici di sempre, Mefisto, Yama - suo figlio -, Proteus o la bella Satania.

La strada per il Portogallo è abbastanza lunga.

Comparando la mia moto con la Fazer di Luca, ci accorgiamo che siamo in linea come confort ma, a parità di consumi, lui è costretto a soste quasi doppie rispetto a me, per la limitata capacità del serbatoio.

Alla fine della giornata accumuliamo quasi mille e cento chilometri. Comunque, a metà pomeriggio, giungiamo a Lisboa.

La città fondata dai fenici con il nome di Alis Ubbo, ribattezzata dai romani Olisippo, nome che è diventato successivamente Olissipona, poi Lissapona e infine Lisboa, ci accoglie maestosa. Conquistata dagli arabi provenienti dal Nord Africa, restò sotto la loro dominazione fino alla riconquista del primo Re del Portogallo, Don Alfonso Henriques nel XII secolo. Distrutta nel novembre 1775 da un fortissimo terremoto, fu prontamente ricostruita seguendo i progetti del marchese Pombal e per questo il centro della città è anche chiamato Baixa Pombalina. Lisbona è stata anche terreno di due rivoluzioni: la rivolta repubblicana dell 5 ottobre 1910 e la rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974. Qui fu anche firmato il Trattato di Lisboa, con il quale la Spagna concesse l'indipendenza al Portogallo. La statua del Cristo Rei - copia esatta di quella eretta a guardia di Rio de Janeiro sulla sommità del Corcovado - si mostra maestosa all’ingresso della baia formata dal fiume Tago. Per attraversarlo paghiamo un pedaggio in entrata al “Ponte XXV Aprile” - l’altra alternativa sarebbe stata quella di utilizzare il Ponte Vasco de Gama, inaugurato in occasione della Esposizione Universale del 98 a ricordo dei 500 anni della scoperta del passaggio marittimo per l’India, da parte del navigatore Vasco de Gama -, per prendere poi in direzione Cascais.

La cittadina di Cascais si affaccia sulle rive dell’oceano, ed è un luogo ricercato di villeggiatura e relax. Famoso anche per il suo Casinò, molti lo ricorderanno per essere stato il luogo dove l’ultimo Re d’Italia, Umberto Iº e la sua consorte, la regina Maria Josè, trascorsero i lunghi anni di esilio dopo il referendum del 1946.

Lunghe curve a raggio costante, forti staccate e difficili chicane: questa la sintesi del tracciato dell’Estoril. Una pista dove è importantissimo che la moto sia ben bilanciata, stabile in frenata ed agile nei cambi di direzione. È infatti un circuito medio lento, caratterizzato da un lungo rettifilo e da quattro curve da percorrere in prima marcia. Costruito nel 1972 e modificato nel 1999, la domenica successiva al nostro arrivo, ospiterà la penultima prova del mondiale 2006. Il tracciato portoghese, è situato a circa trenta chilometri dalla capitale Lisboa, a pochissima distanza dall’oceano. Quest’ultimo fattore è la causa pricipale della persistente imprevedibilità delle condizioni atmosferiche.

Dopo questo appuntamento, rimarrà da disputare soltanto il Gran Premio della Comunità Valenciana sul tracciato Ricardo Tormo, per raggiungere il quale avremo a disposizione dieci giorni di “meritate vacanze”!

Le giornate di prove trascorrono tranquille, senza particolari preoccupazioni.





Il sabato, Marco Simoncelli e la Gilera firmano un risultato storico. Mai sino ad ora infatti, una moto della casa dei “due anelli”, aveva conseguito un risultato come questo in prova nella classe 250. A distanza di quattordici anni, e cioè da quando Carlos Lavado in occasione del Gran Premio di Ungheria del 1992 conquistò il quarto posto, una Gilera torna il prima fila con il terzo crono, migliore risultato di sempre.

Il mio lavoro è anche questo, ricordarsi e ricordare agli altri aspetti e notizie curiose, date, record e statistiche, in modo che giornalisti e stampa in genere, abbiano più materiale possibile per i loro articoli.

Aspettando le gare della domenica, con Luca ci adoperiamo in una ricerca sul web per individuare i migliori itinerari da utilizzare in questo viaggio verso Valencia.

Le alternative si riducono presto a due: la prima prevede di risalire verso il nord del Portogallo, toccare La Coruña, per poi circumnavigare la Spagna fino a San Sebastian, scendendo in fine per Zaragozza e finire a Valencia, la seconda, prevede di puntare a sud in direzione di Faro, entrare in Spagna raggiungendo Sevilla, Cadiz, attraversare lo stretto di Gibilterra per visitare Tangeri, e poi rientrare nella penisola iberica costeggiando il mediterraneo fino a Valencia.

La differenza tra i due tracciati non stà tanto nei chilometri da percorrere, che sono a grandi linee gli stessi, ma nelle condizioni atmosferiche che potremmo incontare. Il fascino dei due tragitti è identico, l’unico problema è che se scegliamo di andare verso nord, troveremmo sicuramente condizioni meteo con freddo e alte possibilità di pioggia.

Nonostante sia stracarico di lavoro, Maurizio Vitali che cura l'assistenza AGV sui campi gara, ci trasforma in piloti ufficiali e ci revisiona, come ormai di abitudine, i nostri caschi. Visiere nuove, tear-off e controllatina generale.

La domenica trascorre con la solita routine, anche se, kamikaze Pedrosa "toglie" letteralmente la moto da sotto il sedere al suo compagno Hyden, e regala al loro avversario Rossi, un jackpot da giocarsi a Valencia. Andrea Dovizioso vince la quarto di litro e dimezza lo svantaggio da Jorge Lorenzo e il neo campione del modo 125, Alvaro Bautista, in sella alla nuova Aprilia al debutto, trasforma la gara in una cavalcata solitaria.

La mattina seguente, appena alzati dal letto, ci rendiamo conto che non è esattamente un giorno pensato per andare in moto.

Oggi, 16 ottobre, è anche il compleanno di Andresito! Come chi è Andresito. “Mi macho”, tre anni e già appassionatissimo di due ruote, è il pargoletto che insieme a mia moglie Yamila, forma la mia splendida famiglia.

Decidiamo di approfittare di un centro commerciale per rifornirci di quanto necessario per viaggiare in tranquillità.

Lasciamo Estoril soltanto in tarda mattinata quando il tempo sembra concedere un barlume di speranza rispetto alla pioggia.

La scelta definitiva rispetto all'itinerario da seguire è caduta a sud. Scendiamo sulla costa fino a Lisboa. Non so bene per quale motivo ma finiamo al centro della città e, data la opportunità, lo giriamo un pò. Lasciata Lisboa, condizione chiaramente espressa al momento della scelta dell'itinerario, puntiamo su Faro, cercando di non percorrere autostrade.

Un problema del quale ci rendiamo subito conto, è la scarzità di indicazioni stradali a causa della quale, più di una volta, ci troviamo costretti a fermarci per chiedere informazioni.

Giunti a Faro, giusto il tempo per qualche foto, ripartiamo alla volta della Spagna.

La frontiera in questo tratto, è in pratica segnata dal fiume Guardiana, ed un ponte costruito nel 1991 segna il passaggio tra i due stati. Solo l'attraversarlo ci fa perdere un'ora. No, non pensate al traffico o alle dimensioni, torniamo semplicemente al nostro orario (l’ora in Portogallo è -1) e cosi le lancette dell'orologio, fanno un intero giro in avanti.

Al di là del ponte ci accoglie l'Andalusia e precisamente la provincia di Huelva.

Immense piantagioni di arance costeggiano la Carrettera Nacional 431. I nostri piani prevedevano il pernottamento a Sivilla ma, è ormai tardi e stà iniziando di nuovo a piovere. Scegliamo quindi di fermarci qui.

L'arrivo in città coincide esattamente con i 13.000 chilometri da me percorsi in sella alla Breva, da quando cioè, la Guzzi me ne ha dotato.

L’indomani, esattamente come la sera precedente, ci alziamo sotto la pioggia. Sivilla è soltanto a un centinaio di chilometri e percorrendo la Autovia del Vº centenario, vi giungiamo presto.

Il problema è che continua a piovere molto. Cercare un hotel in queste condizione è stressante. Proviamo per quasi tutta la mattina ma, a causa anche di alcune manifestazioni e fiere, tutti sono completi e noi siamo sempre più bagnati!

L’alternativa è una soltanto: rinunciare a visitare questa splendida città (che tra l’altro entrambi già conosciamo), e puntare su Jerez de la Frontera.

Carrettera Nacional IV, direzione Cadiz. Piove se possibile sempre più forte.

Pensavo dentro di me, che non fosse umanamente immaginabile trovarsi in mezzo ad un temporale peggiore di quello incontrato spostandomi dall’Olanda in Inghilterra, o quello che mi accolse al Brennero al ritorno, invece non vedo a un metro dalla ruota anteriore.

Luca, anche se sotto un vero e proprio diluvio e in mezzo al traffico, sembra non avere troppe remore. Lui e la Fazer, sorpassano i camion che ci precedono anche troppo sportivamente. Solo successivamente, mi dirà che non era per la troppa confidenza che guidava in quel modo, ma perché con i guanti ormai totalmente zuppi stava perdendo la sensibilità alle mani e voleva arrivare a destinazione il più presto possibile.

Il cartello Jerez de la Frontera mi appare quasi come un miraggio. La salvezza.

Se Barcellona è la mia seconda casa, Jerez può essere considerata la terza.

Sinceramente non soltanto per me. Jerez, per le persone che lavorano nel Motomondiale, è un luogo dove si viene spesso. Normalmente il clima è buono per l’intero arco dell’anno e per questo, molti team e la stessa IRTA (International Road Race Team Association), scelgono il circuito andaluso per i loro test. In più, per molti anni, la prima gara stagionale o comunque la prima europea, si è svolta qui. Un Gran Premio speciale dove a volte anche duecentomila persone si danno appuntamento per tre giorni, non solo di gare.

Jerez è splendida. Un insieme di stili, culture e tradizioni si mescolano tra loro a formare quella che, nello stereotipo di molti, è la vera Spagna.

Trovare posto in hotel non è stato difficile, e tra l’altro è centralissimo nei pressi del “casco antiguo” della città.

Ci occorre quasi tutto il pomeriggio per asciugare gli indumenti, gli stivali ed il casco, con l’asciuga capelli in dotazione all’albergo.

Comunque, appena la pioggia scende un po’ di intensità, approfittiamo per fare un giro turistico e per cercare un ristorante per la cena.

Tapear” è il vero gusto del mangiare. Qui puoi cenare alla “barra” e non sederti al tavolo come normalmente si fa. Langostinos e pesce a volontà, jamon, embutidos, queso, gaspacho, salmorejo, tortillas, revueltos, passando per la immancabile paella, il tutto bagnato da cerveza o dal vino fino, del quale l’Andalusia è la patria. Se poi, la serata deve concludersi con tutti i crismi, un buon puro cubano e un brandy, sono i benvenuti!

Il mercoledi mattina, il tempo prosegue a non promettere nulla di buono e noi, soddisfatti di quanta pioggia già presa, pensiamo bene di fermarci un’altro giorno.

La visata alla città si fa interessante. Iniziamo dalla calle larga, il paseo dove i jerezani si dedicano allo shopping, si prosegue per la plaza del banco, la iglesia de san marco, la catedral e poi, con una casualità inaudita, giusto in tempo per pranzare, finiamo davanti alla bodega Gonzales Byass.

Cantina tra le più antiche di Jerez, prevede la possibilità di essere visitata e, il tour al suo interno, può anche concludersi con tapas e vino fino o dulce. Neppure la necessità di consultarsi, e già siamo con il ticket in mano, aspettando di iniziare la visita dietro la nostra guida spagnola, o per lo meno, ritenuta tale! E si, perchè dopo una buona mezzora passata ad ascoltare le sue illustrazioni in perfetto castillano e, a risponderle in un altrettanto - nota di presunzione - quasi perfetto castillano, ci sentiamo formulare la seguente domanda: “ma voi siete Umbri?”. Occhiata di sconcerto e sorpresa finale. Vanessa, jerezana di adozione, reatina di nascita, da cinque anni vive qui sposata con un architetto andaluso.

Gentilissima e simpaticissima, ci svela tutti i segreti della botega di Tio Pepe, zio del fondatore Manuel Mª Gonzàlez Àngel. Ci racconta di vigneti, terra, sole ed acqua; del metodo solera, della prima distillera impiantata - della quale gli alambicchi per la produzione dell’alcool fanno ancora bella mostra - di come nasce il brandy, della “botega de los apostoles”, dove le botti contradistinte dai nomi degli apostoli e quella dedicata a Gesù, sono disposte come nell’ultima cena, con la sola differenza che non sono dodici ma undici. Manca infatti quella di Giuda, dentro la quale, per convinzione del fondatore, se fosse stato messo del vino si sarebbe trasformato in aceto. Enormi botti dedicate alla Famiglia Reale spagnola che contengono il prodotto più importante e pregiato. Ce ne mostra fiera decine e decine di altre sulle quali campeggiano gli autografi e le dediche di personaggi famosissimi, da Wiston Churcill a Manuel Fangio, da cantanti e attori famosi, ad altrettante affascinantissime attrici a sportivi dal nome indelebile nella memoria di molti.

La visita si conclude in una ala della bodega dove troviamo allestite delle tende coloratissime, nello stile Feria del Caballo o Feria del Vino Fino, feste che caratterizzano tutta l’Andalusia e dove migliaia di persone in custume tradizionale, ballano a tempo di flamengo, sfilano a cavallo o in carrozza. Sotto queste tende, troviamo ad accoglierci piatti pieni di tapas, jamon e queso, il nostro meritatissimo pranzo. Contenti e felici, al termine del pranzo salutiamo Vanessa e continuiamo il giro turistico.

Plaza de Toros, la Esquela Andalusa del Caballo, dove tra l’altro si mantiene pura questa particolare razza equina, e la miriade di calles del barrio, ci riportano in hotel.

Ci convinciamo che, questa volta, il brutto tempo e la conseguente decisione di non partire, siano stati quasi una benedizione, perchè ci hanno regalato un bellissima giornata nel cuore della vera Spagna.

L’indomani mattina, le condizioni sembrano essere migliori e quindi ripartiamo. Caricate le moto, ci dirigiamo verso Puerto Santa Maria, spiaggia di Jerez de la Frontera.

Su una delle tante rotonde seminate lungo la nazionale per Cadiz, fa bella mostra la copia a grandezza naturale della Niña, una delle tre caravelle con le quali Cristoforo Colombo apri la via per per quelle che lui considerava le Indie.

Tempo una mezzora e giungiamo a Cadiz.

Se qualcuno di voi è mai stato a Cuba, visitato La Habana e poi si recherà a Cadiz, potrebbe pensare di vivere un dèjá vu. La somiglianza del casco historico è incredibile, tanto da pensare che una sia stata realizzata pensando all’altra. El Malecon, tradizionale lungomare habanero, El Morro, la fortezza realizzata a protezione della Bahia, La Catedral, costruita in pietra calcarea con il doppio campanile ai lati della facciata, sembrano calchi degli originali depositati a Cadiz.

Lasciamo il capoluogo Andaluso, per puntare su Tarifa. La nostra intenzione, mai troppo nascosta, è quella di traghettare in Marocco.

Lungo la N340 attraversiamo vere “piantagioni” di mulini a vento. No, non pensate male. Non crediate che la lunga permanenza in Spagna mi abbia o ci abbia trasformato in moderni Don Chisciotte de la Mancia e Sancho Panza con relative allucinazioni.

Il fatto è, che in questa zona molto ventosa, si sfutta in maniera incredibile l’energia eolica e cosi, a perdita d’occhio, le colline sono ricoperte da migliaia di enormi mulini a vento destinati alla produzione di energia pulita.

L’arrivo a Tarifa ci permette di toccare il punto più a sud dell’Europa continentale, a soli quattordici chilometri dall’Africa, vero e prorio anello di congiunzione non solo di due continenti, ma di due culture. Purtroppo, anche la nostra iperprofessionale attenzione al particolare, ha mostrato il fianco e, all’improvviso, ci rendiamo conto che l’intenzione di posare le ruote in Marocco, tale resterà. No passaporto? No Marocco!

E si, perchè i nostri documenti sono rimasti sul camion ufficio.

Ok. Riordiniamo le idee e, subito, si accende la lampadina. Visto che non possiamo andare in Africa, possiamo comunque attraversare lo stretto e mettere le ruote dall’altra parte, ma sempre in Spagna.

Ragionamento un po’ contorto, ma non privo di una sua logica. A pochi chilometri infatti, c’è Gibilterra, e da li attraversando lo stretto, si arriva a Ceuta, enclave spagnola in Marocco.

Il piano sembra perfetto, ma Tarifa è anche il paradiso dei surfisti e allora a un giretto in spiaggia per vedere qualche “numero”, non ci rinunciamo.

A differenza della ragazza reatina che ci ha fatto da guida a Jerez, ad accoglierci in un ristorante è una simpatica toscana, un po’ Maori nei tatuaggi - ma si sa che tra i surfisti va di moda! -, ma gentilissima. Pranzo vista mare e via.

Gibilterra, ancora oggi è un territorio d’oltremare della Gran Bretagna e collega il Mar Mediterraneo all’Oceano Atlantico. Strategicamente importantissimo, per centinaia di anni è stato, sino alla apertura del canale di Suez, l’unico sbocco del Mediterraneo. Nell’antichità, sulle sue sponde venivano immaginate le Colonne d’Ercole. Icona che segnava il limite invalicabile al conoscere dell’uomo e alla sua intraprendenza. Il limite filosofico della classicità greca. Raffigurate sullo stemma reale spagnolo, hanno anche rappresentato il problema del posizionamento di Atlantide che, secondo i racconti di Platone, doveva trovarsi oltre loro.

Neppure in questo caso però, il nostro intento trova soluzione, perchè data l’ora, diventerebbe veramente macchinoso andare e tornare, verificata anche la lunga fila agli imbarchi. Pazienza, vorrà dire che terremo per noi una scusa buona per tornare quaggiù in moto, magari il prossimo mondiale!

L’unico elemento divertente, le evoluzioni di alcuni caccia britannici in atterraggio e decollo dalla base presente sullo stretto.

Da qui in avanti, ci accoglie la Costa del Sol sottotitolo Costa del Golf, per la presenza di tantissimi green. Adesso vi svelo un segreto. Anche nel mio ufficio - quello che è sempre fermo nello stesso posto -, in un angolo, fa bella mostra di se una sacca piena di ferri, legni e drive. Un giorno, forse, quando andare in moto diventerà pesante e poco indicato per i miei reumatismi, proverò anche ad abbassare il mio handicapp, che per il momento non è classificabile in quanto a tre cifre!

Marbella, Malaga, e finalmente arriviamo a Torre del Mar dove pernottiamo.

Ma, prima di arrivare, ci fermiamo per fare rifornimento e qui la mia moto viene presa in prestito e cambiata di destinazione d’uso da un bellissimo bebè, Ruben.

Non ci sono storie, per finire la pappa pretende di sedersi sulla moto e di rimanerci fino alla digestione! Come fare a dirgli di no ..., e in realtà non ci penso nemmeno e Luca, inizia a capire cosa vuol dire essere papà.

La mattina seguente, invece di proseguire lungo costa, ci dirigiamo verso Granada.

Consultando la cartina, ci rendiamo conto che possiamo raggiungerla percorrendo una strada statale denominata N323 e che sembra essere divertente.

In effetti è cosi, e soltanto in prossimità della città si trasforma in una sorta di superstrada a quattro corsie. Siamo in pratica sulla Sierra Maestra.

Granada è il capoluogo dell’omonima provincia andalusa. La fisionomia dell’urbanizzazione è caratterizzata dalla presenza delle colline dove sorgono i suoi insediamenti più antichi: Albacìn e Alhambra. Sede già dal 1526 di una delle più antiche università spagnole, è stata da sempre un importantissimo centro culturale. Fu prima colonia romana conosciuta come Elvira, poi conquistata dagli Arabi nel 711 e divenuta emirato autonomo nell’ undicesimo secolo. Nel 1232 divenne capitale del regno indipendente dei Nasridi, che comprendeva anche Malaga e Almeria. Conquistata dagli spagnoli nel 1492, con una serie di persecuzioni culminate con il decreto di espulsione degli arabi del 1609, furono fatte sparire molte importanti testimonianze e segni della presenza mussulmana.

Dopo una bella passeggiata nel centro, ci fermiamo a bere qualcosa in un bar con i tavolini all’aperto, proprio di fronte alla facoltà di legge.

L’occasione è buona, oltre che per stare un attimo in comodità, anche per tirare fuori i telefonini e iniziare a rispondere ai messaggi e alle email che arrivano in vista dell’ultimo Gran Premio dell’anno. Praticamente passiamo quasi un’ora, ognuno immerso nel proprio terminale, a scrivere e parlare tanto che, sembra di aver trasferito i nostri uffici nel centro di Granada!

Ritornando verso il parcheggio delle moto, Luca si perde e la nostra passeggiata diventa più lunga. Lui asserisce che il fatto di aver vissuto per molto tempo in una grande città, Roma, lo doti di un buon orientamento ma, la mia convinzione valida ancora oggi, è che forse questo gli vale solo per l’Italia…

È già sera quando arriviamo ad Alicante. Abbiamo lasciato Granada percorrendo la A92 detta anche Autovia de Andalusia per poi immeterci sulla A7 o Autovia del Mediterraneo.

Siamo in Costa Blanca. Anche qui, la movida nottorna si accende. Siamo nel fine settimana, e questo fa si che le strette calles de “El Barrio”- città vecchia - siano affollatissime. L’atmosfera è piacevole e, come di consuetudine, c’è nell’aria voglia di divertirsi.

Il sabato mattina, puntiamo decisi su Valencia, senza ovviamente percorrere l’autopista. Utilizzando la N332 vi arriviamo nelle prime ore del pomeriggio, in tempo per prendere possesso della nostra camera in albergo che, tra l’altro, è vicinissimo al Circuito Ricardo Tormo dove la domenica successiva si disputerà l’ultimo atto di questo Motomondiale 2006.

Recuperiamo i nostri bagagli parcheggiati sul camion uffici e, visto che ora abbiamo a disposizione anche i nostri computer, approfittiamo per rimetterci a paro con un po’ di lavoro.

Valencia è splendida. Un misto di moderno e antico. Una città che negli ultimi anni si è sviluppata in maniera esponenziale. Terza città della Spagna equidistante da Barcellona e Madrid, dalle quali dista circa 350 chilometri. Il suo centro storico propone testimonianze risalenti anche a 2000 anni fa. Ma non si può parlare di Valencia senza parlare di “Paella”. Proprio cosi, perchè il più conosciuto e famoso piatto spagnolo, nasce proprio qui. Gli Arabi importarono il riso e lo coltivarono, i Valenciani misero a disposizione il resto. Ma come vuole un detto locale che recita che i Valenciani non sono mai d’accordo su nulla, anche per la paella vale lo stesso metro e, quindi, ci sono i puristi che prevedono “paella mixta” o “paella de marisco” o chi, considerandola un piatto povero, la cucina come vuole con quello che ha a disposizione.

La serata la trascorriamo cenando all’ombra della Catedral nel cuore del Barrio del Carmen, sorseggiando tra l’altro la famosissima “Agua de Valencia”, un cocktail di succo di arancia, Cointreau, Vodka e Cava, lo “champagne” spagnolo.

Anche qui, le centinaia di stradine sono piene di locali per mangiare, bere, ascoltare musica e fare amicizia.

Si, proprio cosi, perchè qui ti senti e, sopratutto, ti fanno sentire a casa.

Entrare in un locale per bere una birra, si trasforma ben presto in un occasione per conoscere, parlare e fare amicizia.

Cànovas, la Ciutat Universitaria, Avenida de Blasco Ibâñez e tutte le vie che circondano la Plaza de Xuquer, sono piene di locali alternativi e modaioli.

Giusta conclusione per la nostra movida, una nuova discoteca al Puerto Deportivo, costruito appositamente per accogliere barche ed equipaggi della Coppa America di vela. La notte tira tardi ma è divertente e, soltanto l’insistenza di Luca - onestamente io avrei proseguito ancora un po’ - mi costringe a ritornare in hotel. In effetti è difficile dire se è tardi per andare a letto o presto per alzarsi ma, la cosa che mi consola, è che le idee poco chiare le hanno anche i centinaia di ragazzi in fila per entrare: e dire che sono le cinque del mattino!

Domenica e lunedi passano tranquilli anche se, qualche strada per fare il filo alle gomme senza borse e sovrappesi, le abbiamo trovate.

A proposito di pneumatici, un eloggio lo meritano senz’altro i Metzeler MZ6 di primo equipaggiamento della mia Breva. La loro conformazione bimescola con una parte centrale più dura e spalle con mescola più tenera, garantiscono una tenuta perfetta in qualsiasi condizione ed utilizzo oltre che, garantire un consumo costante su tutto il profilo. Nonostante i quasi diciassettemila chilometri percorsi complessivamente alla fine del viaggio, dei quali molti in autostrada, l’utilizzo per tutto il tempo di borse ed il peso della moto non contenutissimo, il consumo del battistrada e la non presenza di scalettature, permetterebbero il loro uso ancora per diverso tempo.

Martedi si inizia a lavorare.

Situato a pochi chilometri da Valencia, il tracciato è inserito in un catino naturale, completamente circondato da tribune e spalti. Ottima la visibilità per i 150.000 spettatori che è capace di contenere e che, da qualsiasi posizione, hanno la opportunità di poter vedere buona parte del circuito. 4005 metri divisi in nove curve sinistre, cinque destre e vari rettilinei dei quali il principale, misura 876 metri. Gran Premio della Comunitat Valenciana, questa la denominazione dell’ultimo appuntamento stagionale che, in termini puramente sportivi, deve assegnare soltanto due dei sei titoli previsti ad inizio campionato. In bilico la corona di Campione del Mondo classe 250cc e MotoGP. Jorge Lorenzo Vs Andrea Dovizioso e Valentino Rossi Vs Nicky Hyden. Due duelli da mezzogiorno di fuoco! I pronostici sono sbilanciati verso “para fuera” e “the doctor”, ma bisognerà aspettare domenica per consegnare agli albi i verdetti.

L’aria nel paddock è rilassata ma nel contempo di attesa. In tutti noi c’è la consapevolezza che un’altra stagione è trascorsa e con lei sogni e speranze, se i risultati non sono stati quelli auspicati.

Arrivano i momenti dei saluti anche se, in reltà, molto presto ci ritroveremo ancora in pista. Nelle hospitality si organizzano eventi e cene per accomiatarsi da sponsor e ospiti.

Il venerdi sera, studiamo un qualcosa che mai prima era stato proposto: un paddock itinerary party! Una sorta di percorso obbligato tra varie hospitality, iniziando con un aperitivo li, una cena qui e due balli la! Noi ci inventiamo una serata con paella, jamon, quant’altro di buono la cucina spagnola può offrire, naturalmente bagnato da vino fino, blanco, manzanilla e rioja, trio cubano e sassofonista chill out! Una nota di merito la voglio dedicare a Roberto, chef d’eccezione della Hospitality Unit del Gruppo Piaggio, dove vengono rappresentati i marchi impegnati nel mondiale Aprilia, Gilera e Derbi. Insieme a lui, Sergio, Fausto Daniele e Oscar riescono a rendere l’ambiente familiare ma con un tono altamente professionale.

Ma l’Aprilia Race Me LOUNGE, è anche sede del Paddock Cigar Club. Nome forse impegnativo, capace però di evocare la grande voglia di noi tutti di regalare e regalarci - sopratutto - momenti di buona cucina, cultura e relax.

Ma torniamo al party: tutto il paddock partecipa, ed è bello ritrovarsi amici al di fuori di divise, sponsor e marchi.

Tra turni di libere e ufficiali, si arriva alla domenica mattina. Warm–up, poi 125cc e finalmente la prima gara “vera”. Alex De Angelis vince il suo primo GP mondiale di sempre e insieme a lui, Jorge Lorenzo, spagnolo di Majorca, si laurea Campione del Mondo in sella ad una Aprilia 250cc. Ê il trentesimo mondiale vinto da un pilota spagnolo e la gente impazzisce. Giusto il tempo di festeggiare e in pista si preparano i piloti della MotoGP. Valentino arriva con otto punti di vantaggio sul suo avversario Hyden e si coccola la sua Yamaha.

Ma a volte i sogni svaniscono come la sua rincorsa da -51 a +8, e neppure il regalo che Pedrosa gli aveva portato in dono due settimane prima a Estoril abbattendo Nicky, è sufficente a riportarlo lassù, quando la ruota anteriore scivola via e con lei l’ottavo mondiale.

Nelle corse, non c’è mai nulla di scritto e, a meno che la matematica non dia il suo responso in anticipo, sempre e tutto, si decide sulla linea del traguardo.

La nostra stagione ci porta in dote quattro mondiali conquistati con Aprilia, due piloti e due marche, una Derbi che ha dimostrato la crescita di Terol e Pesek, anche se quest’ultimo non ha saputo cogliere le occasioni per il grande risultato e, in casa Gilera, un Marco Simoncelli che sfiora la conquista del Rookie of the Year, come migliore debuttante della categoria.

Da oggi in poi, si penserà alla prossima stagione e, mentre si consumeranno cene, premiazioni ed eventi più o meno ufficiali, la mente sarà già proiettata a come preparare i primi test e le prime trasferte.

Molti di noi cambieranno squadra, lavoreranno per piloti che fino ad oggi erano avversari e, forse, spereranno nel sorpasso all’ultima curva su quel pilota per il quale fino a ieri, avrebbero dato tutto per un podio.

Come di tradizione la domenica sera dell’ultimo appuntamento mondiale, si celebrano i Campioni del Mondo e la cerimonia si svolge nella nuovissima struttura Reina Sofia, nella Ciudad de las Artes y la Ciencias di Valencia. “Chi vince ride e chi perde spiega!” recita un adagio di moda nel nostro ambiente e, nell’occasione della consega dei premi, la consuetudine non cambia.

Finito l’evento, tutti in discoteca per il classico party di fine stagione.

Il lunedi mattina, non prestissimo, preparo tutto il necessario per partire con destinazione Italia.

Luca non verrrà con me, dato che sono previsti dei test e sono impegnati alcuni piloti Aprilia.

Dopo tre settimane, il viaggio volge al termine. Ho deciso di non utilizzare il traghetto per tornare da Barcellona su Civitavecchia, ma voglio tornare in moto percorrendo in senzo inverso qual tragitto che, il 12 giugno, aveva dato inizio alla mia avventura di “motero”. Mentalmente voglio chiudere un cerchio, un intervallo temporale, un periodo da ricordare.

Durante il trasferimento da Valencia su Barcellona, durante una sosta per un rifornimento incontro due motociclisti olandesi.

Accolto da un “... ahi, ahi Valentino!!”, suggerito senz’altro dalla mia targa italiana, facciamo subito amicizia.

Mi raccontano il loro itinerario ed io contracambio con il mio. Anche loro stanno andando verso la capitale catalana per poi risalire verso i Pireni. Cerco di consigliarli al meglio sulla ricerca di un albergo a Barcellona e loro, come ringraziamento mi indicano, cartina alla mano, una variazione sul tema.

Lasciando l’autopista all’altezza della foce dell’Ebro infatti, e percorrendo la C12 in direzione Lleida, si allunga sicuramente ma in compenso, più di centoquaranta chimometri di curve ti riconciliano con il piacere della guida.

Non ci penso due volte e giunto all’uscita indicata punto deciso verso Tortosa. La strada costeggia il fiome Ebro e segue come un ombra le sue insenature. Aldover, Rasquera, Ginestar, Mora, Garcia, Fix, Llardecans e finalmente Lleida. Il fondo è bellissimo ed il traffico scarso. Non voglio rilasciare dichiarazioni con ammissione di colpa ma, senza rimorsi, qualche infrazioncina credo di averla commessa, ma ne valeva la pena!

Giunto a Lleida, vista l’ora, decido di fermarmi per la notte.

L’indomani mattina, parto prestissimo. Alle sette e trenta sono già in sella. C’è una nebbia fittissima che limita la visibilità a pochissimi metri. Con la N2 raggiungo Barcellona in un paio d’ore; di li in poi, mi rimetto sulla A7 dirigendomi verso la Junquera.

Mentalmente rivivo tutte le emozioni del viaggio di andata. Sono felice. Si, questa è l’emozione che provo: felicità per questi viaggi, per questa piccolissima avventura.

Attraverso la Francia e valuto, vista l’ora, la possibilità di arrivare a casa in serata.

Dopo più di mille chilometri percorsi però, con il buio che ormai è arrivato e alcune goccie di pioggia che iniziano a scendere, mi arrendo all’altezza di Lavagna. Una doccia, una pizza e una buona dormita mi permetteranno domani di godermi in maniera più rilassata l’ultimo giorno del sogno!

Mercoledi 1º Novembre: sveglia alle otto, colazione e subito in sella.

Riprendo l’autostrada e uno dopo l’altro, le uscite, i caselli, i pedaggi, mi riconducono verso casa.

L’ultimo, quello di Orte, chiude dietro di me una porta; ancora pochi chilometri e sarò a casa. Terni Ovest ... sono arrivato!

Italia, Spagna, Francia, Belgio, Luxemburgo, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Austria, Repubblica Ceca e ancora Spagna, Portogallo.

Tante sono le nazioni che ho attraversato, magari più di una volta e che mi hanno lasciato dentro emozioni e ricordi.

Bene, adesso sono tornato a casa. 16.829 chilometri in sella alla Breva possono sembrare molti per molti e pochi per pochi - scusate il gioco di parole -, fatto sta che soltanto qualche mese fa, avevo l'illusione di un sogno ed adesso ho la certezza di un fatto!

Il mondiale è finito ma la mente è già proiettata in avanti, alla prossima stagione. Da domani, in ufficio ci andrò in auto, userò di nuovo l'aereo ma, dentro di me, nessuno potrà cancellare il ricordo di questi viaggi.

Sia ben chiara una cosa: non ho ne scoperto l'America, ne circumnavigato l'Africa, ne tantomeno ho lasciato una traccia indelebile ai posteri del mio operato; ho soltanto utilizzato una moto per andare al "lavoro".

Praticamente, ho soltanto percorso un terzo dei chilometri che normalmete "il Capitano" percorre in un anno! Però questo ha fatto si che luoghi dove ero stato decine di volte, strade che avevo percorso all'infinito e paesaggi che pensavo non nascondessero nulla di particolare, mi apparissero nuovi e pieni di sorprese.

La moto è libertà, è conquista è, a volte, voglia di mettersi alla prova. Adesso posso confessarlo: io non sono un biker, un motero, un motociclista da elefantraffen. Sono una persona che ama le moto ma che, fino ad oggi, le usava per il giro della domenica, per la gita al mare o per un turno in pista.

Questa era un pò una sfida con me stesso. Non voglio dire che ho vinto perchè da vincere non c'era nulla, ne tanto meno trofei in palio. Posso dire però a me stesso, che sono felice di quello che ho fatto e sopratutto, di quanto questi 16.829 chilometri mi hanno lasciato dentro.

Sono felice per le persone che ho conosciuto, per l'acqua che ho preso e per la neve che non mi sarei mai aspettato di vedere il 14 di agosto! Sono felice di aver condiviso questa esperienza con Luca, con "il Capitano", con Fabrizio, Emanuele e la sua ragazza.

Ricorderò sempre il Dott. Eddie, i due motociclisti olandesi, piuttosto che il gendarme austriaco e il gentilissimo ragazzo che a Brno mi ha aiutato con la gomma a terra.

Non è un obbligo, ma voglio ringraziare di cuore la Moto Guzzi che mi ha regalato il "biglietto" per il sogno, Maurizio Vitali e la AGV insieme a Marco Dori e la CLOVER, che mi hanno permesso di sognare comodo, asciutto ed in sicurezza!

Ma sopratutto voglio ringraziare mia moglie Yamila e mio figlio Andrès. Non è facile vivere accanto ad una persona - io - che per tanto tempo è fuori casa per lavoro, magari dall'altra parte del mondo e, come se non bastasse, ruba ancora del tempo alla famiglia per andare in giro in moto. Per quanto io ami le moto, potrebbe anche essere gelosa! Invece è paziente e con tutto il cuore voglio ringraziarla, perchè se ho potuto realizzare il mio piccolissimo sogno, è anche per merito suo. Ad Andrès, che ha solo tre anni, dico invece che quale sia il suo sogno o la sua passione nella vita, li persegua con volontà e determinazione, tanto che, quando magari non crederà più si possano realizzare, gli appariranno davanti e si trasformeranno in realtà.

A, dimenticavo. Grazie anche a voi, che se avete avuto la pazienza di leggermi fin qui, vuol dire che un pò sognatori lo siete davvero!

Ed ora, prima di lasciarci, permettetemi di esprimere una mia personalissima impressione sulla Breva. Non prendetela come il freddo resoconto di un tester, non lo sono! La mia idea, non può che essere realmente positiva. Non credo che per acquistarla si debba partire dal concetto di compararla con moto di pari categoria e cilindri. Credo piuttosto, che serva una sorta di colpo di fulmine. Devi amare il suo cuore, il suo fascino, la sua voce. Devi restare colpito dalle sue curve. Se nasce questo feeling, allora non la tradisci e lei non ti tradisce. Allora si che la sua compagnia ti da gioia durante le gite al lago della domenica, piuttosto che durante le vacanze. Chiedile pure di accompagnarti durante una corsetta su una stradina di montagna e lei non ti dirà di no. Se poi, vuoi farti notare al bar con la tua nuova fiamma, lei saprà come far girare la testa ai tuoi amici.

Infine, due paroline su questa sorta di “Diario di viaggio”.

Non ha pretese, ma è realmente quanto accaduto durante questa attività di “pendolare”.

Per gli scettici, anche se ho seri dubbi sul fatto che ce ne possano essere, vista la normalità delle attività svolte, voglio dire che si conservano anche testimonianze fotografiche e filmati indelebili, dovuti alla grande maestria e passione di Luca.

Quando riporterò la “mia” Breva sul Lario, e la lascerò parcheggiata dentro lo stabilimento della Moto Guzzi, non mi girerò a guardarla, la saluterò con il desiderio non troppo celato di rivederla ancora, sperando che, se anche lei ha un anima, conservi un buon ricordo di me, lo stesso che io conserverò di questa affascinate figlia dell’Aquila d’Argento!

Roberto

....un pendolare un po’ particolare!